Nel 2019, Renault decise di scommettere su un’idea controcorrente: trasformare il proprio stabilimento di Flins — una fabbrica tradizionale alle porte di Parigi — in un hub dedicato al remanufacturing e al riciclo di componenti auto.
Cinque anni dopo, quella scommessa ha generato oltre 200 milioni di euro di ricavi aggiuntivi recuperando valore da motori, alternatori e cambi che prima finivano in discarica. Il caso Renault è ormai studiato nelle business school come prova concreta che l’economia circolare non è solo una narrativa green: è un modello di business con fondamentali solidi.
Per le imprese manifatturiere italiane — spina dorsale del tessuto produttivo nazionale — la circolarità rappresenta oggi un’opportunità ancora in larga parte inesplorata. Mappare i flussi di scarto, identificare partner di filiera disposti a valorizzarli, e riprogettare i prodotti secondo logiche di “design for disassembly” sono passi concreti che riducono i costi delle materie prime e aprono nuovi stream di ricavo.
Non si tratta di filantropia industriale: un’analisi di McKinsey stima che le aziende europee che adottano principi di economia circolare registrano mediamente un miglioramento del 10-15% sul margine operativo nel giro di tre anni. La vera domanda non è se conviene, ma quanto tempo si ha ancora per aspettare.






