{"id":452,"date":"2025-09-19T15:00:00","date_gmt":"2025-09-19T13:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/mondonews.it\/?p=452"},"modified":"2025-09-17T11:24:13","modified_gmt":"2025-09-17T09:24:13","slug":"google-vince-ancora","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/mondonews.it\/index.php\/2025\/09\/19\/google-vince-ancora\/","title":{"rendered":"Google vince (ancora)"},"content":{"rendered":"\n<p><a href=\"https:\/\/legalnewsfeed.com\/2025\/09\/02\/judge-rejects-dojs-bid-to-break-up-googles-chrome-and-android-in-antitrust-case\/\" data-type=\"link\" data-id=\"https:\/\/legalnewsfeed.com\/2025\/09\/02\/judge-rejects-dojs-bid-to-break-up-googles-chrome-and-android-in-antitrust-case\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">La recente decisione del giudice federale Amit Mehta<\/a>, che ha respinto la richiesta del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (DOJ) di smembrare Google, \u00e8 destinata a lasciare un segno profondo nel dibattito globale sul potere delle grandi multinazionali tecnologiche. La richiesta del governo americano era chiara: per riequilibrare un mercato giudicato gi\u00e0 nel 2024 come monopolizzato, Google avrebbe dovuto cedere due dei suoi asset pi\u00f9 preziosi, il browser Chrome e il sistema operativo Android. Ma la sentenza \u00e8 andata in direzione opposta, salvaguardando il cuore del modello di business dell\u2019azienda e limitandosi a misure pi\u00f9 contenute.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/news.bloomberglaw.com\/antitrust\/google-not-required-to-sell-chrome-in-court-antitrust-ruling\" data-type=\"link\" data-id=\"https:\/\/news.bloomberglaw.com\/antitrust\/google-not-required-to-sell-chrome-in-court-antitrust-ruling\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">I mercati hanno reagito immediatamente<\/a>: Alphabet, la holding che controlla Google, ha registrato un +7% nelle contrattazioni after-hours, mentre Apple \u00e8 salita del 3%, rassicurata dalla possibilit\u00e0 di continuare a ricevere miliardi di dollari per mantenere Google come motore di ricerca predefinito sugli iPhone. Anche Mozilla, sviluppatore di Firefox, ha visto confermata una fonte fondamentale di entrate derivante dagli accordi con Google. \u00c8 il segno che, almeno per gli investitori, questa decisione rappresenta una vittoria piena: lo spettro di uno smembramento del colosso si \u00e8 allontanato e i flussi di denaro resteranno sostanzialmente intatti.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image aligncenter size-full is-resized\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"736\" height=\"759\" src=\"https:\/\/mondonews.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/mi1.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-454\" style=\"width:567px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/mondonews.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/mi1.jpeg 736w, https:\/\/mondonews.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/mi1-291x300.jpeg 291w\" sizes=\"auto, (max-width: 736px) 100vw, 736px\" \/><figcaption class=\"wp-element-caption\">Infografica di InvestyWise che mostra le principali fonti di ricavi di Google<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Un&#8217;occasione sprecata?<\/h2>\n\n\n\n<p>Ma a ben vedere, ci\u00f2 che \u00e8 accaduto ha il sapore di un\u2019occasione sprecata. Il DOJ aveva chiesto misure drastiche perch\u00e9 la posizione di Google \u00e8 davvero senza paragoni: Chrome detiene circa il 65% del mercato globale dei browser, mentre Android domina con l\u201986% quello degli smartphone. Queste piattaforme non sono semplici strumenti: sono porte d\u2019accesso alla rete, in grado di influenzare la fruizione di servizi e contenuti da parte di miliardi di persone. Proprio per questo, il governo americano aveva parlato della necessit\u00e0 di una \u201cvendita forzata\u201d di Chrome e di Android come un passo per restituire ossigeno alla concorrenza.<\/p>\n\n\n\n<p>Il giudice Mehta, nella sua lunga sentenza di 230 pagine, ha per\u00f2 escluso i rimedi pi\u00f9 radicali, sostenendo che Google non abbia utilizzato tali asset per attuare restrizioni illegali. Ha invece imposto limitazioni parziali: il divieto di accordi esclusivi con aziende come Apple o operatori mobili, l\u2019obbligo di condividere alcune parti dell\u2019indice di ricerca e informazioni sulle interazioni degli utenti con i concorrenti, e la possibilit\u00e0 di continuare a pagare partner per preinstallare i propri servizi, purch\u00e9 senza vincoli di esclusivit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Il nodo centrale \u00e8 se queste misure saranno sufficienti a riequilibrare un mercato gi\u00e0 consolidato. Alcuni osservatori ritengono positivo il fatto che Bing, DuckDuckGo o persino nuovi attori come OpenAI possano accedere a dati che prima erano esclusiva di Google. Ma altri sottolineano che si tratta di un passo modesto rispetto alla scala del dominio di Mountain View: la condivisione di \u201cpezzi\u201d di indice o di interazioni difficilmente pu\u00f2 scalfire un vantaggio competitivo costruito negli anni grazie a infrastrutture colossali, accordi miliardari e capacit\u00e0 tecnologiche senza pari. \u00c8 un po\u2019 come chiedere a un ristorante stellato di condividere alcune ricette: utile, ma non sufficiente a creare veri rivali in grado di competere alla pari.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Un pericoloso precedente<\/h2>\n\n\n\n<p>C\u2019\u00e8 poi un tema politico e culturale pi\u00f9 ampio. Questa sentenza segna un precedente che rischia di influenzare i futuri casi contro altri giganti come Meta, Amazon o la stessa Apple. Se in un caso cos\u00ec clamoroso, con prove di monopolio gi\u00e0 accertate, il tribunale non ha ritenuto proporzionata una misura di smembramento, sar\u00e0 difficile in futuro convincere la giustizia americana a imporre rimedi radicali. Si rischia quindi di consolidare l\u2019idea che le big tech siano ormai troppo grandi per essere realmente limitate, e che l\u2019unico intervento possibile sia quello di correzioni marginali che non intaccano davvero i loro modelli di profitto.<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\">\n<p class=\"has-cyan-bluish-gray-color has-text-color has-link-color has-large-font-size wp-elements-8d57026970133bc72a23a17c4df5d801\">Si rischia quindi di consolidare l\u2019idea che le big tech siano ormai troppo grandi per essere realmente limitate, e che l\u2019unico intervento possibile sia quello di correzioni marginali che non intaccano davvero i loro modelli di profitto.<\/p>\n<\/blockquote>\n\n\n\n<p>Si tratta di una dinamica che interroga anche il rapporto tra potere pubblico e potere privato. Da un lato, la politica \u2013 legittimata democraticamente \u2013 dovrebbe avere il compito di garantire mercati aperti e competitivi, nell\u2019interesse dei cittadini e dei consumatori. Dall\u2019altro, le multinazionali tecnologiche continuano a consolidarsi come attori globali con risorse economiche e capacit\u00e0 di influenza tali da poter difendere con successo le proprie posizioni anche di fronte a sfide legali epocali. La decisione di Mehta sembra dire, in fondo, che il potere politico non \u00e8 riuscito a imporre la propria volont\u00e0 fino in fondo, lasciando Google pi\u00f9 forte, seppur con qualche vincolo aggiuntivo.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image aligncenter size-large is-resized\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"683\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/mondonews.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/mi2-683x1024.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-455\" style=\"width:443px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/mondonews.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/mi2-683x1024.jpg 683w, https:\/\/mondonews.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/mi2-200x300.jpg 200w, https:\/\/mondonews.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/mi2-768x1152.jpg 768w, https:\/\/mondonews.it\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/mi2.jpg 800w\" sizes=\"auto, (max-width: 683px) 100vw, 683px\" \/><figcaption class=\"wp-element-caption\"><a href=\"https:\/\/en.wikipedia.org\/wiki\/Sundar_Pichai\" data-type=\"link\" data-id=\"https:\/\/en.wikipedia.org\/wiki\/Sundar_Pichai\">Sundar Pichai<\/a>, CEO di Alphabet Inc. e della sua controllata Google<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Cosa ci aspetta?<\/h2>\n\n\n\n<p>La domanda che resta aperta, e che merita una riflessione, \u00e8 se questo compromesso sia davvero sufficiente per il futuro del mercato digitale. La condivisione di dati e la fine degli accordi esclusivi sono un passo avanti, ma basteranno a scardinare un monopolio costruito nel tempo? Oppure siamo davanti a un precedente pericoloso, che legittima ulteriormente la prassi di crescita e consolidamento delle grandi piattaforme globali, rendendo sempre pi\u00f9 difficile immaginare un ecosistema digitale realmente plurale e competitivo?<\/p>\n\n\n\n<p>Forse questa era l\u2019occasione per segnare una svolta storica nella politica antitrust americana. Invece, la sensazione \u00e8 che si sia perso un momento cruciale: quello in cui il potere pubblico avrebbe potuto ridefinire i confini di un\u2019economia digitale pi\u00f9 equa, e in cui si \u00e8 scelto, consapevolmente o meno, di rafforzare il ruolo di un attore privato gi\u00e0 dominante. Non \u00e8 una resa totale, certo, ma resta il dubbio che, quando si guarda al futuro della regolamentazione dei colossi tecnologici, il tempo delle mezze misure possa rivelarsi insufficiente.<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\">\n<p class=\"has-cyan-bluish-gray-color has-text-color has-link-color has-large-font-size wp-elements-aff24f1c8c79c49b3ef366dea1429ad6\">Non \u00e8 una resa totale, certo, ma resta il dubbio che, quando si guarda al futuro della regolamentazione dei colossi tecnologici, il tempo delle mezze misure possa rivelarsi insufficiente.<\/p>\n<\/blockquote>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La recente decisione del giudice federale Amit Mehta, che ha respinto la richiesta del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (DOJ) di smembrare Google, \u00e8 destinata a lasciare un segno profondo nel dibattito globale sul potere delle grandi multinazionali tecnologiche. 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